Simone Stocco

Backrooms

RECENSIONE DEL FILM

NO SPOILER ALERT!

“E se esistesse un posto da cui non puoi uscire… e qualcuno ti
stesse già osservando? Abbiamo tutti i nostri loop. Le nostre abitudini.
Comportamenti che ci fanno camminare in tondo. Cercare sempre le stesse
soluzioni. Credi che pensare ti porterà in un posto nuovo, ma non è
così. È quello che ti ha tenuto al sicuro quando eri bambino. (…) E ora,
da adulto, sei ancora bloccato esattamente dove hai iniziato”

Backrooms narra la vicenda angosciante di Clark, un uomo in crisi, irrimediabilmente solo.

L’unico legame che lo tiene in vita è quello con la sua terapeuta, ma un giorno sente che anche con lei si è incrinato qualcosa nella relazione di cura… il sospetto terribile di non essere in fondo creduto e capito. Clark, infatti, ha scoperto un passaggio dimensionale nel seminterrato del suo grande negozio di arredamenti: oltre un muro del
seminterrato si spalanca un labirinto senza fine di corridoi e di stanze vuote.  Decide così di spingersi all’interno di questo spazio indefinito e indefinibile addentrandosi a tal punto da smarrirsi. La sua scomparsa spinge la sua terapeuta a cercarlo proprio la dove si è
perso: nel baratro delle sue paure e dei suoi trami irrisolti.

L’architettura labirintica e infinita della dimensione parallela diviene metafora vivida della sensazione di stallo esistenziale e di solitudine invincibile dell’uomo moderno, costantemente in bilico tra la percezione del liquefarsi della realtà in cui si percepisce collocato e la spasmodica ricerca di un senso di appartenenza cui aggrapparsi
solidamente.

Le Backrooms rappresentano in chiave attuale l’archetipo dei non-luoghi tratteggiati da Marc Augè (Non-lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité, 1992).

Gli spazi liminali, metafora del vivere contemporaneo, vengono rappresentati da Kane
Parsons come ambienti asettici pregni di vaghezza e tormentati silenzi, interrotti solo dal ronzio delle luci al neon: gli uffici deserti e i corridoi senza fine, caratterizzati da un’improbabile moquette giallastra, racchiudono i mostri deformi che da sempre abitano
l’inconscio di ciascuno. Ri-trovarsi e smarrirsi in un loop senza fine in mondi paralleli possibili che portano altrove.

Forse anche ciascuno di noi si è sentito spesso immerso in questi spazi liminali, di confine, di transizione. Le backrooms altro non sono che un’ulteriore chiave di lettura possibile per rileggere il vissuto dei nati a cavallo del 2000: la cosiddetta Generazione Zeta o Zoomers. Una generazione che subisce il fascino di ambienti spersonalizzanti, vuoti e disturbanti in tanto in quanto stranamente familiari e già visti.

Nel mio lavoro quotidiano con gli adolescenti mi adopero in ogni modo per dare voce e diritto di esistere al loro disagio, spesso confuso e confusivo. Dare valore a questo sintomo di angoscia esistenziale, senza la pretesa di volerlo sradicare, implica la necessità di riconoscere e legittimare il bisogno di voler sparire, di non-esserci. Solo sostando senza giudizio accanto a chi si sente irrimediabilmente smarrito si spalancano inattese strade nuove che conducono dai non-luoghi a un luogo, in cui – finalmente – sentirsi a casa. E magari, intuire un giorno, che quel luogo altro non è che la relazione che cura… e ti riporta in vita.

Simone

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